Se la Psichiatria si occupa della cura della sofferenza psichica dell’individuo, la Sociatria estende questo principio all’intera collettività: è la scienza e, insieme, la pratica della cura della società. Moreno non immagina una società perfetta né priva di conflitti. Al contrario, riconosce il conflitto come una componente inevitabile della convivenza umana. Ciò che propone è la possibilità di affrontarlo in modo creativo, trasformandolo da fattore di disgregazione a occasione di crescita, integrazione e sviluppo.

Tra tutti i concetti elaborati da Jacob L. Moreno, la Sociatria è probabilmente il più ambizioso e, allo stesso tempo, il più utopico. Utopico non perché irrealizzabile in senso assoluto, ma perché propone una prospettiva che l’umanità, nel corso della sua storia, ha raramente scelto di perseguire con convinzione. Eppure rappresenta il punto di approdo dell’intero pensiero moreniano e il senso profondo degli strumenti che egli ha sviluppato.
Perché parlare di utopia? Perché la storia dell’umanità sembra raccontare una direzione diversa. Guerre, discriminazioni, esclusioni e contrapposizioni mostrano quanto sia difficile costruire una cultura fondata sull’incontro, sul riconoscimento reciproco e sulla responsabilità condivisa. La convivenza, l’armonia e l’integrazione raramente diventano obiettivi prioritari; molto più spesso prevalgono la difesa della propria identità, la competizione e la ricerca di un nemico esterno a cui attribuire le difficoltà della comunità.
Ogni processo di cura presuppone innanzitutto la consapevolezza della malattia. Ed è proprio questa consapevolezza che, sul piano sociale, appare ancora parziale e frammentaria. Le differenze vengono facilmente percepite come minacce; il proprio punto di vista è considerato naturalmente superiore a quello di un’altra cultura, di un altro popolo, di un diverso orientamento politico, religioso o sessuale. Quando emergono i sintomi del disagio collettivo, la reazione più frequente consiste nell’individuare un gruppo al quale attribuire la responsabilità: gli immigrati, gli stranieri, i meridionali, gli omosessuali, le minoranze religiose, i giovani, gli anziani o qualsiasi altra categoria che, in un determinato momento storico, possa essere trasformata in capro espiatorio. È un meccanismo che protegge dall’assumersi la responsabilità collettiva di interrogarsi su come quella società sia giunta a produrre determinate forme di sofferenza.
In questa prospettiva acquistano particolare significato le parole di Moreno:
«Una iniziativa terapeutica che si proponga di essere realmente efficace non potrà prescindere dal prendere in considerazione l’intera umanità e non riuscirà a prescrivere alcuna terapia adeguata se l’umanità non costituirà una unità effettiva e se non conosceremo come essa è organizzata.»
In questa affermazione è racchiusa gran parte della sua visione. La sofferenza individuale non può essere pienamente compresa se viene separata dal tessuto di relazioni nel quale prende forma. L’essere umano è, fin dalla nascita, un essere relazionale: vive all’interno di reti affettive, sociali, culturali e istituzionali che influenzano profondamente il suo modo di percepire sé stesso e gli altri. Isolare la persona dal proprio contesto significa inevitabilmente perdere una parte essenziale della comprensione del suo disagio.
La Sociatria nasce quindi da una concezione profondamente sistemica dell’essere umano. L’individuo e la società non rappresentano due realtà separate, ma due dimensioni dello stesso processo vitale. Curare una persona significa inevitabilmente produrre effetti sulle sue relazioni; allo stesso modo, trasformare la qualità delle relazioni produce cambiamenti nelle persone che le vivono.

Se la Sociatria può apparire come un ideale difficilmente raggiungibile, gli strumenti elaborati da Moreno rappresentano invece modalità concrete attraverso cui tale ideale prende forma. Il gruppo, lo psicodramma, il sociodramma, la sociometria, il concetto di tele, l’incontro e il fattore spontaneità-creatività non sono tecniche indipendenti, ma espressioni di un’unica visione orientata a favorire relazioni più autentiche, una maggiore comprensione reciproca e una più ampia capacità di convivere con le differenze.
Ogni volta che un gruppo riesce a trasformare un conflitto in dialogo, ogni volta che una persona si sente riconosciuta nella propria esperienza, ogni volta che emergono nuove possibilità di relazione anziché irrigidimenti e contrapposizioni, si realizza, in forma concreta, un processo sociatrico. Non si tratta di eliminare il conflitto, ma di renderlo attraversabile, comprensibile e generativo.
Chi partecipa a un gruppo descrive frequentemente l’esperienza con parole ricorrenti: essersi sentito accolto, al sicuro, ascoltato, libero di esprimersi, meno solo, maggiormente capace di comprendere il punto di vista degli altri. Questi vissuti non rappresentano soltanto gli effetti di un intervento terapeutico sul singolo individuo; sono anche piccoli frammenti di trasformazione della cultura relazionale del gruppo. È proprio in questi momenti che la Sociatria cessa di essere soltanto un ideale e diventa una pratica quotidiana. Forse l’utopia della Sociatria non consiste nel credere che un giorno esisterà una società perfetta, ma nel continuare a costruire, attraverso ogni incontro autentico, condizioni relazionali che rendano possibile una convivenza più consapevole, più creativa e più umana. È in questa tensione continua verso una migliore qualità delle relazioni che il progetto moreniano conserva ancora oggi tutta la sua straordinaria attualità.
