Regia formativa (parte1/2): dinamiche di ruolo e metodologia della formazione

Sull’efficacia degli Action Methods

La letteratura sulla formazione è ricca di esempi e suggerimenti circa l’uso delle metodologie d’azione nelle sessioni d’aula. Vi si trovano interi volumi dedicati, con prospettive di apprendimento il più delle volte allettanti.

Uno dei principi che differenziano la formazione scolastica dalla formazione d’aula è proprio l’impianto metodologico, caratterizzato sia da un orientamento specifico verso una certa area di competenza, sia dall’idea di collegare ai “saperi” un “saper fare” fruibile nell’immediato. Le nozioni teoriche, pertanto, divengono un supporto alla sperimentazione e all’analisi di prassi codificate, relative a comportamenti organizzativi efficaci.

Lo sfondo sul quale viene collocato l’impianto teorico, in realtà, non limita gli aspetti cognitivi, ma diviene parte di una triangolazione che attribuisce all’intervento formativo la conformazione di un processo a più vie. Ogni fase del processo necessita di un proprio tempo e di un proprio spazio, non essendo possibile la loro contemporaneità.

Da questa prospettiva, il ruolo del docente viene spogliato della veste di maestro, almeno nel senso stretto del termine, virando verso una dimensione gestionale del processo, che a quel punto diviene proprietà del gruppo stesso. L’ottica della proprietà del processo è particolarmente significativa, in quanto scardina le aspettative, talvolta sfidanti, dei partecipanti, che tendono a reagire alle indicazioni del docente con una dinamica del tutto interdipendente.

Il termine inglese direction, ovvero regia, sembra prestarsi bene a questo punto di vista, includendo sia componenti direttive sia creative, ma soprattutto una posizione decentrata del didatta rispetto alla scena formativa. Si tratta, quindi, di uno sguardo terzo rispetto al singolo soggetto e al gruppo, capace di cogliere le suggestioni dell’apprendimento e di restituirle nei momenti opportuni.

Il discente, di conseguenza, non si presenta come una pagina bianca su cui annotare preziosi suggerimenti, né tantomeno come un soggetto passivo che necessita di una riprogrammazione. Egli è un libro già scritto: è portatore di esperienza, di conoscenza e di un bagaglio culturale significativo.

Occorre pertanto una visione specifica, capace di valorizzare tale materiale e, al tempo stesso, di scostarsi dall’idea di un apprendimento stratificato. La prospettiva di cambiamento, infatti, non è legata alla quantità di esperienza o di informazioni accumulate, ma alla possibilità di un loro “riutilizzo” e di una loro “trasformazione”. Questo è, secondo il parere di chi scrive, il principale compito della formazione.

Non si tratta dell’attivazione di un’energia inerziale, che possa sostenere cambiamenti per un limitato lasso temporale, ma di una trasformazione del sistema interno alla persona e delle rappresentazioni a esso legate. Sono queste, infatti, a determinare e orientare gran parte dei comportamenti e a rievocare le componenti emotive nelle relazioni interpersonali.

Le rappresentazioni sono una sorta di semplificazione della realtà, un’astrazione concettuale che permette di attribuire ai fatti un significato univoco, privato di quelle componenti che non possono essere codificate. Spesso, quindi, esse sono vincolate all’interiorizzazione di un determinato evento, in risonanza con eventi trascorsi rispetto ai quali mantengono lo stesso tono emotivo. Se il passato è formalmente immodificabile, le sue rappresentazioni possono subire trasformazioni tali da influire in modo decisivo sul futuro.

Come possiamo intuire, addentrarsi nel territorio degli action methods significa andare ben oltre l’introduzione di componenti speciali nel proprio stile didattico: significa affrontare, a tutto tondo, dinamiche particolarmente complesse. Per questi motivi, difficilmente il docente potrebbe farvi fronte da solo in modo efficace.

Sono pertanto essenziali due caratteristiche distintive della sua professionalità: l’esperienza, la formazione e la padronanza del metodo di lavoro; e il sostanziale utilizzo del gruppo come agente di cambiamento.

La vasta letteratura che propone metodi d’azione o esercitazioni attive non è in grado, da sola, di costituire un bagaglio esperienziale. Essa rappresenta un riferimento, un senso di direzione, un orientamento. È però necessaria una particolare specializzazione, fatta di studi sulle dinamiche di gruppo e sui processi che stimolano il cambiamento, nonché di sperimentazione diretta di quanto sarà successivamente proposto negli interventi formativi.

Di norma, questo genere di training viene definito esperienziale, proprio per ribadire la necessità di apprendere un metodo anche attraverso la sua fruizione. È profondamente diverso proporre un singolo gioco d’aula dall’utilizzare complessivamente un approccio basato sugli action methods. Cambia non solo il modo di valutare gli accadimenti d’aula, ma anche la prospettiva di sviluppo dei singoli soggetti coinvolti nella formazione.

La seconda caratteristica del didatta riguarda sostanzialmente il suo ruolo in relazione al gruppo. Egli, pur dovendosi posizionare sullo stesso piano prospettico dei partecipanti, deve mantenere una posizione decentrata che gli consenta di attivare le interazioni all’interno del gruppo. La sua parola non determina necessariamente la verità, ma rappresenta uno dei possibili punti di vista.

Nell’approccio con gli action methods, l’attivazione delle interazioni costituisce il cardine dello scambio dei saperi e dell’esperienza. In sostanza, è il gruppo stesso che diviene agente e protagonista del proprio cambiamento. La formazione è, da questa angolazione, un’esperienza “di” gruppo e non un’esperienza “in” gruppo, indipendentemente dal fatto che si tratti di un gruppo reale — ad esempio composto da persone dello stesso ufficio o della stessa azienda — oppure di un gruppo artificiale, formato da persone appartenenti a realtà diverse e lontane fra loro.

La differenza tra esperienza “in” gruppo ed esperienza “di” gruppo sta proprio nelle attività di scambio e condivisione. Il docente non è l’unico serbatoio di conoscenza da cui attingere, ma uno fra i tanti possibili. Le diversità dei singoli sono pertanto una ricchezza inestimabile.

Per ritornare al nostro punto di partenza, e declinando il processo formativo in tre fasi distinte, possiamo rilevare che è proprio la prospettiva a modificarsi durante il percorso. I modelli teorici, le tecniche e gli assunti di base costituiscono il punto di riferimento per le fasi successive. Pur essendo talvolta messi in discussione o, per certi versi, criticati, rappresentano una base con cui confrontare il proprio modo di interpretare la realtà.

La fase sperimentale, declinata in seguito in una sua particolare accezione metodologica, si connota come un momento attivo ed esperienziale. Spesso la dimensione ludica dell’azione, ad esempio attraverso un role playing o un gioco d’aula, consente l’emergere di dinamiche relazionali “pure”, ovvero non contaminate dalla razionalità propria della realtà professionale in cui le persone sono immerse quotidianamente.

La fase di rielaborazione conclusiva attiva invece l’area dell’osservazione. La contrapposizione tra azione e osservazione ha un obiettivo fondamentale: codificare l’esperienza per dare alla forma emozionale percepita una connotazione razionale e memorizzabile.

In sostanza, si tratta del completamento dell’esperienza, intesa come serie di eventi memorizzati e come apprendimento di comportamenti replicabili con intenzionalità. Se una certa reazione comportamentale può essere legata a un istinto primordiale di autoconservazione, o alla soddisfazione di un preciso bisogno fisico o psicologico, l’osservazione permette di attivare le componenti razionali che consentono alla persona di riprodurre lo stesso comportamento in situazioni reali.

In ogni caso, qualora ciò non fosse possibile, l’individuo è comunque in grado di percepire, attraverso la consapevolezza acquisita, la necessità di migliorare o di concentrarsi maggiormente su una determinata azione.

Formazione e processi psichici

La complessità di questo punto di vista prende necessariamente in considerazione i processi psichici e intrapsichici dell’individuo, argomento il più delle volte trattato dal mondo della formazione come un morbo da tenere a bada o come un’entità fuori controllo.

Chiunque lavori in questo campo vi ha inevitabilmente a che fare, sia che operi con il modello della Programmazione Neurolinguistica, sia con quello dell’Analisi Transazionale, sia con qualsiasi altra scuola di pensiero. È chiaro che non vi sono spazi sufficienti per approfondire tali processi in modo adeguato e che il contratto formativo con il gruppo prevede sostanzialmente di limitarsi ai ruoli professionali, senza entrare nel mondo privato. Esistono tuttavia numerosi esempi nei quali questo confine è stato ampiamente, seppur involontariamente, superato.

Sono spesso la mancanza di esperienza o l’uso non particolarmente efficace di tecniche psicologiche a far scivolare l’intervento formativo — che è un evento pubblico — su un piano privato e personale.

La soluzione, pertanto, non è arginare questo aspetto, né tantomeno fingere che non esista, ma semplicemente considerarlo come una delle parti in gioco, capace di attivare riflessioni ed emozioni particolarmente forti. Temi come la comunicazione, la leadership, la gestione dei conflitti, ecc., portano con sé spezzoni del proprio copione esistenziale o, in ogni caso, frammenti appartenenti alla sfera privata della persona.

Muoversi dalla posizione cristallizzata in cui l’individuo si trova, seppur gli venga richiesto di farlo per lavoro, significa attivare risonanze emotive profonde che, anche se non saranno oggetto di divulgazione nel gruppo, rappresentano comunque una presenza significativa.

Per “cristallizzazione” si intende uno stato di equilibrio apparente che consente alla persona di collocarsi, rispetto a una determinata area, in una sostanziale posizione di quiete, anche quando vi è la consapevolezza che i suoi comportamenti non siano propriamente corretti. Essi rappresentano semplicemente, in questi casi, il massimo che l’individuo riesce a produrre e spesso l’unica risposta conosciuta.

Il mondo intrapsichico è quindi inevitabile, perlomeno se si intende agire seriamente sul cambiamento. L’utilizzo del gruppo, come accennato in precedenza, offre in questo senso un ulteriore vantaggio. È il gruppo stesso a sintonizzarsi su un piano di tolleranza e a stabilire il confine oltre il quale non è disposto ad andare.

È come se vi fosse una sorta di autoregolamentazione, che il docente deve abilmente percepire e considerare nel proporre le attività. Inoltre, è proprio il carico emozionale ed esperienziale a distribuirsi sull’intera struttura del gruppo, e non sul singolo docente che, non dimentichiamolo, ha una capacità e una tenuta limitate.

Per questi motivi è particolarmente importante escludere la dimensione del giudizio da ogni commento e da ogni riflessione, per lasciare eventualmente spazio alla condivisione di punti di vista e vissuti diversi.

Il concetto di sharing si esplicita attraverso la comunicazione dei singoli circa la propria esperienza. Si colloca alla fine della sessione per dare modo a tutti i partecipanti di esprimersi. Il consiglio, la critica a un comportamento, il giudizio, ecc., esulano da questo principio, in quanto divengono elementi disturbanti del processo di gruppo in atto.

Ciò non significa che lo sharing avvenga in modo del tutto naturale, visto che il contesto in cui viviamo è invece basato proprio sul giudizio reciproco e sulla classificazione degli individui in base ai loro comportamenti. Si tratta quindi di una questione prettamente metodologica, legata a una serie di norme dichiarate dal docente, che si impegna a farle rispettare.

Normalmente il gruppo mostra un particolare gradimento quando viene dichiarato un intento non giudicante. Non interessa che un partecipante esprima commenti relativi a ciò che il collega dovrebbe fare, sentire o pensare; interessa piuttosto conoscere la sua reazione comportamentale ed emotiva in una situazione simile, passata o immaginata. Questo diviene un contributo che arricchisce il patrimonio — ancora una volta, la proprietà — del gruppo.

È la limitazione di una dinamica interdipendente, che lascia il passo a una gestione di tipo intersoggettivo. Le differenze emergenti sono prospettive diverse, spesso non classificabili, e costituiscono la matrice del gruppo. I contributi non sono necessariamente buoni o cattivi: sono semplicemente tali e possono assumere una valenza straordinaria nella misura in cui vengono riconosciuti e valorizzati.

Non si ritiene eccessiva, a questo punto, la citazione della prudenza quale virtù principe nella ricerca del bene comune, ove tale bene è rappresentato dalla possibilità di armonizzare i cambiamenti in una prospettiva di integrazione dei vari bisogni.

Jacob Levy Moreno, precursore degli action methods

Moreno, medico e filosofo nato in Romania nel 1889, si colloca, dal punto di vista della scuola di pensiero, nella fiorente epoca della psicologia del primo Novecento. Gli elementi con cui confrontarsi, sul versante clinico, sono Freud e la psicoanalisi. Tuttavia, da parte sua vi è un grande interesse nell’affrontare temi sociali e problematiche relative ai gruppi. Si occupa, in periodi diversi, di prostitute, detenuti, problemi razziali e integrazione, in un processo volto all’umanizzazione delle strutture.

«Ciò che distanzia Freud e Moreno è anche una questione di principio: Moreno è più attratto dal futuro che dal passato. Afferma e ripete: “Non si può guidare una macchina guardando solo nello specchietto retrovisore. Bisogna guardare da tutti i lati, davanti come di fianco a noi”. Moreno pensa al ruolo rivoluzionario del teatro, a un teatro vivo — spontaneo, l’inverso del teatro come “confezione culturale” —, alla sociometria e al sociodramma come strumenti per contribuire a risolvere i problemi sociali, razziali, politici, economici e culturali, su piccola e vasta scala.»

Numerose sono le sue escursioni in Italia, in diverse regioni, dove nel 1956 ha modo di entrare in contatto, tra gli altri, con Adriano Olivetti e di tenere alcune lezioni presso lo stabilimento di Ivrea. A Moreno si attribuisce gran parte dei meriti nell’aver considerato i gruppi come unità di lavoro, sia in campo psicoterapico sia in campo sociale.

Tra il 1931 e il 1932 mette a punto la sua teoria sulla psicoterapia di gruppo, che viene presentata all’Associazione Americana di Psichiatria. L’importante IAGP, International Association of Group Psychotherapy and Group Processes, tuttora attiva e composta da professionisti provenienti da tutto il mondo, vede in Moreno uno dei suoi principali fondatori.

L’idea di fondo è, per l’epoca, una grande innovazione. Egli rivoluziona il rapporto medico-paziente, inventando il concetto di potere di cura diffuso e attribuendo al gruppo il ruolo di co-terapeuta. Questa concezione si è sviluppata via via nel trattamento, all’interno dei gruppi, di problematiche complesse attraverso lo psicodramma, il sociodramma e la sociometria, in parte descritti in seguito.

Moreno ha in mente un principio essenziale. Contrariamente all’ambito psicoanalitico, che considerava il transfert come elemento su cui far leva per sollecitare cambiamenti, introduce il concetto di “tele”, quale energia invisibile che governa le forze di attrazione, repulsione o indifferenza. A differenza del transfert, il tele è una forma di energia a due vie.

Gli individui si trovano ad avere a che fare unicamente con tre tipologie di interlocutori, verso i quali percepiscono tali forze. Tuttavia, se da un punto di vista personale vige la totale libertà di scelta, nel mondo sociale o professionale questa opzione non è sempre presente. Occorre far fronte a situazioni in cui è necessario avere a che fare anche con persone verso cui si provano repulsione o indifferenza, essendo il modello dell’attrazione quello a cui ogni persona fa riferimento come situazione ideale.

Nel suo percorso, Moreno propone un’attività di ricerca-azione, come accade in Lewin (1972), seppur con considerazioni differenti. Lo scopo è quello di non limitare il proprio intervento all’analisi dei vari fenomeni, ma di intervenire migliorando il livello di attrazione attraverso l’uso degli action methods. Questi costituiscono infatti la base su cui si fonda il metodo moreniano, intrecciando aspetti psicosociologici con l’uso del teatro come strumento di azione.

Tuttavia, a differenza della sua accezione classica, il teatro moreniano non è governato da un copione precostituito, ma si occupa di costruirlo nel qui e ora, utilizzando il materiale umano del gruppo. È, in sostanza, uno strumento per la messa in scena delle rappresentazioni interne delle persone, con l’obiettivo di ristrutturarle e di raggiungere uno stato di armonia interiore. È una tecnica molto simile a ciò che noi intendiamo per simulazioni d’aula, seppur corredata da strumenti e tecniche più strutturati.

La ricerca di Moreno spazia dai bambini agli adulti, in una dimensione che abbraccia approcci psicologici, antropologici e pedagogici. Il suo proposito è generato da un’idea di sviluppo e di evoluzione, a partire proprio dall’esistente. Si tratta di una prospettiva che vede l’uomo come protagonista di transizioni continue e condizionato dalla capacità di ricoprire ruoli diversi, mantenendo una profonda adeguatezza sociale.

La teoria dei ruoli proposta da Moreno (1934) si basa sullo sviluppo della spontaneità e della creatività. La spontaneità è intesa come capacità di fornire risposte adeguate a situazioni nuove e risposte nuove a situazioni conosciute; la creatività come massima espressione dell’intelligenza umana, ovvero come atto concreto attraverso il quale l’individuo si afferma nel mondo.

Secondo il promotore degli action methods, il potenziale evolutivo è strettamente collegato alla capacità di ricoprire ruoli molto diversi tra loro o totalmente nuovi. Interpretare un ruolo sconosciuto apre una porta su una differente visione delle cose, su una diversa prospettiva. Lo è, per un manager, l’interpretazione del ruolo di un cliente, così come, per un impiegato, ricoprire quello di un dirigente.

Non si tratta di scimmiottare comportamenti stereotipati o pregiudizi, ma di far fronte a quelle rappresentazioni che, in qualche modo, hanno a che fare con i comportamenti quotidiani. È una sorta di pratica dell’empatia, sperimentata in una scena specifica che ne svela i contenuti nascosti. In realtà, ciò che viene messo in scena è la propria rappresentazione della realtà, che non può, a quel punto, essere giusta o sbagliata, ma semplicemente esprimersi per ciò che è.

La visione moreniana contiene un forte orientamento al futuro, quasi vi fosse la necessità di combattere la staticità e la cristallizzazione dei ruoli, di cui abbiamo accennato in precedenza, in un’ottica adattiva e finalizzata allo sviluppo personale.

Questo approccio si caratterizza, in ambito formativo, per la linearità attraverso la quale l’apprendimento fa capolino nei gruppi di lavoro. Come già enunciato, si tratta di rivolgere uno sguardo che prenda in considerazione la persona nella sua totalità, anche quando, per ovvi motivi, la sfera personale non è l’oggetto principale dell’intervento.

Psicodramma: dal gruppo al soggetto

Nel tentare di spiegare in poche pagine i fondamenti del metodo moreniano, è bene fare una breve premessa al riguardo. Questi strumenti, ormai sperimentati da decenni, costituiscono un possibile supporto all’attività formativa, da non confondersi con il fine della formazione stessa.

Si tratta di una precisazione molto cara a chi scrive, sia per evitare di presentare gli action methods come una sorta di moda a cui dover aderire, sia per non considerare i partecipanti come possibili attori chiamati a interpretare una recita scolastica o delle “scenette”, accezione piuttosto riduttiva di queste tecniche.

Il fine principale degli action methods è l’integrazione e l’armonizzazione delle tensioni emozionali all’interno dei gruppi, o delle rappresentazioni dei singoli soggetti che ne fanno parte. Ciò esula dall’addestramento puro, centrato di norma sulla figura di un coach e su un gruppo che apprende strategie e tecniche. Si va oltre, in quanto è il principio del benessere organizzativo a regolare queste forme di apprendimento.

Detto questo, possiamo passare ad analizzare il primo dato che salta all’occhio, ovvero il termine psicodramma. Nell’uso moderno da parte dei media, esso identifica un evento tragico con spiccate componenti psicologiche: “Psicodramma al Parlamento”, “Psicodramma di Avetrana”, “Psicodramma al Grande Fratello”, e così via.

In realtà, il termine viene connotato con caratteristiche piuttosto lontane dalla sua effettiva etimologia. In greco, “psiche” viene originariamente definita come soffio vitale, successivamente tradotta con “anima”, mentre il termine drama si traduce con “azione”. In Moreno, il termine si concretizza nella psiche, ovvero nell’insieme degli aspetti prettamente interiori di un individuo, trasformati in dramma — azione — attraverso il teatro e mediante tecniche specifiche.

Si tratta pertanto di mettere in scena aspetti del mondo interno della persona, rispetto ai quali sperimentare risposte e finali differenti. La modificazione della rappresentazione interna comporta una sorta di ristrutturazione psicologica che apre la strada al cambiamento. È essenziale, a questo punto, enunciare alcuni principi del suo funzionamento, utilizzati in tutti i frangenti della teoria moreniana.

Possiamo individuare cinque componenti di base di questo strumento: il soggetto, la scena, gli io-ausiliari, l’uditorio e il direttore.

Per soggetto intendiamo il singolo partecipante, come unità più piccola del gruppo di lavoro. La scena è la manifestazione pratica dell’evento, che si concretizza nel setting teatrale. Gli io-ausiliari sono gli altri membri del gruppo, scelti dal protagonista per interpretare i personaggi della propria scena. L’uditorio, ovvero il pubblico che assiste alla rappresentazione, incarna il testimone.

La sua funzione è la stessa formulata dalle prime forme di teatro. Il teatro non racconta semplicemente una storia, perché è il teatro stesso a “essere” il racconto. Il pubblico assiste pertanto alla rappresentazione nel qui e ora, ovvero nel pieno del suo accadimento e, attraverso delicati meccanismi di identificazione o di empatia, vive in parte le stesse emozioni dei protagonisti della scena.

Il direttore, infine, è l’esperto che dirige il gruppo: una sorta di regista e accompagnatore allo stesso tempo. Il suo compito è affiancare, di volta in volta, i soggetti nelle scoperte che avvengono all’interno dell’esperienza di gruppo.

L’importanza attribuita alla messa in scena è sostenuta dal fatto che, attraverso di essa, viene riprodotta una particolare realtà, svestita dagli artefatti o dalla pura valutazione di un comportamento. La realtà della scena è sottoposta a diversi punti di vista e a prospettive legate al ruolo.

Non ci interessa, come più volte sottolineato in precedenza, formulare un giudizio su quanto viene rappresentato, ma avere l’opportunità di cogliere i tratti salienti della motivazione intrinseca che regola il comportamento agito.

La tecnica cardine dello psicodramma è l’inversione di ruolo, ovvero l’opportunità di assumere un punto di vista decentrato rispetto a sé. Si tratta di mettersi nei panni dell’altro, come accade ad esempio con l’empatia, ma in una misura più ampia. Al processo psichico si affianca infatti la dimensione fisica, assumendo la posizione dell’altro in relazione a sé, proprio come se si diventasse il proprio interlocutore.

Questa forma di sperimentazione è piuttosto utile nel caso dei conflitti, in quanto consente non solo di ritrovarsi al centro del punto di vista dell’altro, ma anche di vedere se stessi con i suoi stessi occhi.

Il compito della regia è quello di scandire il ritmo della scena, di fermarla nei momenti di maggiore interesse e di intervenire per accrescere la consapevolezza dell’insieme che la avvolge. Non vi è, perlomeno nell’accezione dello psicodramma classico, alcuna interpretazione analitica. È il soggetto stesso a essere aiutato a leggere gli eventi e a riscriverli in una forma che maggiormente si armonizzi al suo interno.

Di seguito si riporta fedelmente lo stralcio di una scena metaforica rappresentata durante un seminario interaziendale sulla leadership. I nomi sono stati modificati per rispettare la privacy dei partecipanti.

Francesco e la metafora della barca senza vela

Francesco, 53 anni, è dirigente di una società multinazionale che si occupa di prodotti chimici. Gestisce un gruppo di sei capi area nel settore vendite. La sua metafora rappresenta il suo sentirsi come il capitano di una barca alla quale è stata tolta la vela.

Per la sua scena vengono scelti: la barca — rappresentata da tre io-ausiliari —, la vela che è stata tolta, il mare, il vento e l’equipaggio, rappresentato da un unico io-ausiliario. La prima parte del lavoro viene dedicata alle interviste dei vari elementi in inversione di ruolo. Il protagonista prende via via il posto delle diverse componenti presenti in scena e formula un messaggio rivolto a se stesso.

Barca: «Sono di un buon legno stagionato e in buone condizioni. Ti conosco da molti anni e mi hai sempre portato a destinazione senza danni. Ci sai fare e mi fido di te».

Vela: «Sono stata strappata dal vento. Era inevitabile, passando in mezzo a una tempesta. Credo che questa volta tu abbia rischiato troppo e ne stia pagando le conseguenze».

Mare: «Oggi sono tempestoso e voglio metterti alla prova. Conosco te come tu conosci me, ma non ci sono favoritismi al riguardo. Io vivo per conto mio e in modo assolutamente indipendente. Dovrai cavartela da solo».

Vento: «Gran parte dell’energia del mare proviene da me e oggi mi sto dando da fare parecchio. Voglio soffiare via tutti i più deboli e vedere chi riesce a resistermi. Ce la potresti fare, ma dipende da te».

Equipaggio: «Il capitano sei tu e noi siamo ai tuoi ordini. Credo che nessuno di noi saprebbe fare di meglio in questa situazione. Certo che stavolta ci hai messo in un bel guaio…».

Durante le inversioni di ruolo viene richiesto a ogni parte di mostrare la propria azione. La barca è in balia del mare e del vento ed è soggetta a continui scuotimenti, che fanno perdere l’equilibrio al capitano e all’equipaggio. La vela viene sommersa dalle onde.

Per la rappresentazione sono stati scelti vari oggetti del teatro di psicodramma, tra cui teli di diversi colori e cuscini. Prima dell’inizio dell’azione, gli io-ausiliari vengono istruiti affinché amplifichino il loro ruolo anche attraverso i suoni. Viene chiesto al vento di soffiare rumorosamente, al mare di spostare la barca e all’equipaggio di ripetere che il capitano lo ha messo nei guai.

L’azione ha inizio e prosegue per qualche minuto, in un crescendo di suoni e scuotimenti.

Direttore: «Stop! Francesco, ti chiedo un soliloquio».

Francesco: «Stavolta è proprio dura. Tutti si aspettano che io faccia qualcosa e io non so proprio che fare. Anche l’equipaggio è frastornato e si sente in pericolo. Ho paura che sia la fine…».

Direttore: «Vedo che ti arrendi facilmente…».

Francesco: «No, è che non vedo proprio cosa io possa fare in questa situazione. Anche se recuperassi la vela, non potrei issarla con questo vento».

Direttore: «Come sei arrivato qui?».

Francesco: «È il mio lavoro navigare!».

Direttore: «Trasporti qualcosa?».

Francesco: «Trasporto merce molto preziosa».

Direttore: «Come mai sei rimasto senza vela? Un capitano esperto come te non dovrebbe…».

Francesco: «L’ho issata nel momento sbagliato e un colpo di vento l’ha strappata. Ma l’avevo fatto altre volte e non mi aspettavo che accadesse. Forse ero troppo sicuro di me… o forse avrei dovuto consultarmi meglio con il mio equipaggio».

Direttore: «Certamente, ma ora che facciamo? Abbandoniamo la nave o portiamo a casa la pelle?».

Francesco: «Credo sia il caso di provare a fare qualcosa».

Direttore: «Non me ne intendo molto di navigazione, ma mi pare che quella vela dovrebbe stare da un’altra parte».

Francesco: «Penso proprio di sì».

Prima che l’azione riprenda, vengono nuovamente istruiti gli io-ausiliari. Francesco cercherà di recuperare la vela, ma il vento e il mare dovranno opporre molta resistenza, amplificando quanto rappresentato dal protagonista durante le inversioni di ruolo. Viene inoltre esplicitato al protagonista che potrà chiedere l’aiuto dell’equipaggio.

La concretizzazione dello sforzo fisico è particolarmente importante nella rappresentazione della metafora. Questo corrisponde allo sforzo psicologico che qualsiasi cambiamento richiede. Nel caso di Francesco, recuperare la vela assume il significato di poter agire nuovamente, facendo fronte alle avversità incontrate.

L’azione dura qualche minuto, ovvero fino a quando Francesco riesce a riappropriarsi della vela. Quindi viene chiesto un nuovo soliloquio.

Francesco: «Non so se funzionerà davvero, ma almeno mi sono liberato del peso di non fare nulla. Mi sembra di essermi come risvegliato e di avere aperto nuovamente il serbatoio di energia. D’altra parte, senza alcun tentativo, difficilmente saremmo sopravvissuti… Mi sento bene con me stesso».

Direttore: «C’è un’ultima cosa importante da fare. Ti chiederei di associare gli elementi che hai messo in scena con qualcosa che ti appartiene nella tua vita professionale. Possono essere parti di te, caratteristiche, condizioni, oppure persone che ritieni possano avere avuto un ruolo simile a quello giocato in scena».

Francesco: «L’equipaggio è facile: sono i miei ragazzi, i collaboratori. Continuo a chiamarli ragazzi, anche se sono un po’ cresciutelli ormai».

Direttore: «Che messaggio daresti ai tuoi ragazzi? Di’ loro qualcosa che ti pare adeguato in questa situazione».

Francesco: «Volevo dirvi che sono sempre io e non sono cambiato. Forse in questo periodo sono un po’ distratto dalla tensione, ma vi ritengo sempre la mia squadra. Credo sia giusto che sappiate che non ho perso la fiducia che avevo».

Direttore: «Chi può rappresentare la barca?».

Francesco: «La barca direi che può essere l’azienda… Lavoro qui da 25 anni. Mi sento professionalmente a casa e insieme abbiamo patito tante rabbie, ma anche tante soddisfazioni. Ultimamente è come se in casa mia fosse venuto ad abitare qualcuno che non era stato invitato da me e la cosa non mi piace un granché. Sono cambiati i vertici nella casa madre e ci stanno guardando quasi con sospetto. Almeno io lo percepisco così… Voglio dirti che io mi sento parte di te e non sarà facile farmi cambiare questo sentimento».

Direttore: «Il mare?».

Francesco: «Il mare sono i miei sentimenti in questo periodo: turbolenti nel loro turbinare. È la parte di me che si appassiona alle cose, quella che, quando non vanno bene, si arrabbia e vuole spaccare il mondo. Non è sempre positiva, perché quando eccede rischia di fare danni, come stavolta. A questa mia parte direi che ci sono anche altri modi per combattere. Anzi, a volte combattere è proprio un segnale del bisogno di difendersi e tu non dovresti averne. Hai un’esperienza invidiabile, risultati altrettanto buoni e… sei una persona per bene».

Direttore: «Il vento?».

Francesco: «Il vento… devo fare il nome?».

Direttore: «Se è una persona sì, ma puoi usare un nome di fantasia».

Francesco: «Lo chiamo dottor John: è straniero. Quando sta zitto sembra la rappresentazione della pace fatta persona, ma quando inizia a parlare sembra un lanciatore di coltelli. È una persona molto forte e determinata, capace di portarti al settimo cielo e di farti sentire superfluo in poco tempo. Con lui non hai un attimo di respiro, ma in fondo credo sia così che deve funzionare. Un giorno mi ha quasi aggredito perché non avevo festeggiato con i ragazzi il più grosso contratto dell’anno. Lui è fatto così… Ti direi di soffiare un po’ più piano certe volte, o perlomeno di accorgerti che non sono più un ragazzino che ha bisogno della spinta per agire. Ho amato tanto le sfide e le amo ancora, ma oggi forse le vivo in modo un po’ differente da un tempo. Un po’ di pressione in meno mi farebbe bene…».

Direttore: «Rimane la vela…».

Francesco: «La vela… è il mio entusiasmo. Si è incrinato negli ultimi tempi per diversi motivi. Un po’ la stanchezza, un po’ la pressione, un po’ altri eventi personali. Sento di averti perso per strada, di aver rinunciato in un certo senso a tenerti con me e di aver permesso che qualcuno ti portasse via…».

Direttore: «E ora che ti ho recuperato…?».

Francesco: «E ora mi accorgo che invece sei indispensabile, vitale…».

Direttore: «Bene. Ora ti chiedo di disfare la scena e, in seguito, di accompagnare fuori dal palcoscenico gli io-ausiliari, trovando un modo che in questo momento senti funzionale a te per congedarti da loro. Lascia il tuo alter ego per ultimo».

Francesco accompagna i tre io-ausiliari che hanno rappresentato la barca-azienda. Fa in modo che si formi un piccolo cerchio e li saluta: «Sono ancora con voi!».

Il vento-dottor John viene salutato con una calorosa stretta di mano: «Oggi mi sento un po’ meglio…».

Il mare-sentimenti viene accompagnato con una mano sulla spalla: «Come farei senza di te…».

Alla vela-entusiasmo viene dedicato qualche secondo in più. Francesco la mette di fronte a sé e la guarda negli occhi per un po’, quindi la abbraccia: «Credo di non poter proprio perderti, altrimenti sono guai seri…».

Infine, al suo alter ego, riferendosi a quanto accaduto nella scena, dice: «Oggi ti ho visto bene e capace di affrontare le cose. Ho visto il Francesco vero, quello che conosco…». Si abbracciano brevemente.

Seguono alcuni brevi commenti dei partecipanti.

Nadia — parte della barca: «Ho vissuto la fatica dei periodi di tempesta, quando le cose diventano difficili e mancano le forze. Ma ho sentito anche tanta voglia di venirne fuori e mi sento bene».

Alberto — vela: «Credo che l’entusiasmo mi abbia in un certo senso sempre salvato. Quando ero staccato dalla barca mi sentivo perso. Poi ho sentito di ritrovare il senso delle cose. Grazie, Francesco».

Claudio: «Mi sono rivisto negli ultimi sei mesi ed era come se fossi in scena anch’io. Questo lavoro mi ha fatto molto riflettere sul mio modo di vivere le cose. A volte, quando sono troppo intense, mi accorgo di staccare la spina. Ma poi mi sento troppo lontano… Dovrei trovare una via di mezzo».

Gianna: «La mia barca è in ottime condizioni e, quando proprio va male, sento qualche piccola onda. Tempeste non ne ho mai viste, ma credo che questo tuo lavoro mi abbia fatto vedere che bisogna essere pronti e tenersi ben saldi…».

Questo protocollo è stato trascritto dalla registrazione dell’attività, precedentemente concordata con i partecipanti. Si tratta di un particolare esempio di psicodramma con un gruppo artificiale, attraverso l’uso della metafora, che ha avuto diverse risonanze emotive in tutto il gruppo.

Il seminario di tre giorni ha alternato attività psicodrammatiche a lezioni e discussioni teoriche, generalmente suddivise al 50% durante ogni sessione della mattina e del pomeriggio. Al termine del lavoro, i partecipanti hanno manifestato un grande interesse per lo stile adottato.

Nel processo illustrato, l’uso della metafora ha reso vive una serie di sfumature che di norma spariscono in una discussione o in un racconto. Ciò che interessava era renderle esplicite, allo scopo di andare alla radice del loro significato profondo.

Il gruppo è stato partecipante attivo, a sua volta protagonista in un certo senso, anche se non nel proprio ruolo e nella propria metafora. In questo modo, la rappresentazione di Francesco ha preso forma, si è manifestata e si è prestata all’esposizione di un pubblico di colleghi che ha potuto, a sua volta, arricchirla con il proprio contributo.

La particolarità di questo metodo è che la scena non si limita a una mimesi, all’interpretazione di un copione, perché esso viene scritto contemporaneamente allo svolgersi dell’azione. Il protagonista riscrive così la propria storia professionale e ne amplifica il potenziale evolutivo.

La scelta della scena viene effettuata direttamente dai partecipanti, in quanto rappresenta l’emergente gruppale che ha a che fare con un bisogno del gruppo. Il protagonista, di conseguenza, assumerà una funzione di specchio nei confronti del pubblico, poiché interpreta in ogni caso parte della storia di tutti.

La fase conclusiva del lavoro è chiamata sharing, ovvero il momento di condivisione finale dei propri vissuti nell’assistere al lavoro o nel parteciparvi come io-ausiliario.

Fine della prima parte

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