Supervisionare significa anche fermarsi a guardare.
Nelle professioni educative, sociali e terapeutiche, agire è una necessità quotidiana. Si interviene, si prendono decisioni, si affrontano situazioni complesse e spesso si deve trovare rapidamente una direzione.
Ma proprio questa continua necessità di agire può rendere difficile osservare ciò che sta accadendo mentre lo si sta facendo.
La supervisione nasce anche da questa esigenza.
Non è semplicemente un momento di controllo della qualità del lavoro e non coincide con la soluzione di un problema o con l’intervento su un singolo caso. È uno spazio nel quale l’operatore e l’équipe possono prendere distanza dalla quotidianità professionale e guardare il proprio modo di agire da una prospettiva diversa.
Nel lavoro di aiuto esiste infatti una continua tensione tra vicinanza e distanza.
L’operatore deve entrare in relazione, sviluppare empatia, riconoscere la persona che ha di fronte. Ma deve anche riuscire a non confondere la propria esperienza, le proprie risonanze e i propri bisogni con quelli dell’altro.
La supervisione introduce un terzo punto di osservazione.
Il supervisore, esterno alle dinamiche abituali dell’équipe, può aiutare a rendere visibili aspetti che, nella quotidianità, rischiano di rimanere nascosti: modalità comunicative, conflitti, rigidità dei ruoli, difficoltà decisionali, ma anche risorse e possibilità che il gruppo non riesce autonomamente a riconoscere.

In questa prospettiva, la supervisione diventa soprattutto un lavoro sul ruolo.
I ruoli professionali tendono infatti a cristallizzarsi. L’esperienza può produrre competenza, ma può anche produrre automatismi: modi abituali di leggere le situazioni, di reagire, di comunicare e di prendere decisioni.
Tornare a osservare il proprio ruolo significa allora riaprire possibilità.
Per questo, nella prospettiva psicodrammatica, assume particolare importanza l’alternanza fra azione e osservazione.
L’azione permette di intervenire nella realtà.
L’osservazione permette di comprendere ciò che accade.
La supervisione crea uno spazio nel quale queste due dimensioni possono incontrarsi.
Quando viene utilizzata una metodologia attiva, questo processo può diventare ancora più evidente. La rappresentazione, l’inversione di ruolo, il gioco e le tecniche sociometriche permettono infatti di portare sulla scena situazioni professionali, relazioni e conflitti, rendendo osservabile ciò che nella quotidianità rimane spesso implicito.
Non si tratta semplicemente di “fare psicodramma” durante una supervisione.
Si tratta di utilizzare l’azione come strumento di osservazione e di apprendimento, mantenendo il lavoro ancorato al ruolo professionale e agli obiettivi dell’équipe.
La scena può così diventare un luogo nel quale sperimentare altre possibilità: vedere una situazione dal punto di vista dell’altro, riconoscere una modalità comunicativa, esplorare un conflitto, individuare una strategia diversa.
E il gruppo non è soltanto il destinatario della supervisione.
È una risorsa di osservazione e di cambiamento.
La pluralità dei punti di vista può diventare infatti uno strumento per interrompere la cristallizzazione delle relazioni, rendere possibile un feedback e riaprire possibilità di comunicazione.
In questo senso, la supervisione non serve soltanto a “correggere” ciò che non funziona.
Serve soprattutto a mantenere vivo il ruolo professionale, permettendogli di evolvere insieme alle persone, ai contesti e alle situazioni che incontra.
Una sintesi dal contributo di Antonio Zanardo, “La supervisione di équipe con approccio pedagogico di gruppo, pubblicato su Psicodramma Classico – Anno XVI n. 1-2, Novembre 2014
L’articolo completo è disponibile sul sito dell’Associazione Psicodrammatisti Moreniani
