NAZA: un pugno in faccia

NAZA: Nezek Agavi (נזק אגבי), letteralmente “danno collaterale”.

Il documentario racconta, attraverso le testimonianze di ex funzionari dell’intelligence israeliana, l’integrazione dell’AI nei sistemi di sorveglianza automatizzata per individuare i bersagli e pianificare gli attacchi all’interno della Striscia.

Controllo a tappeto dei telefoni cellulari, delle rubriche, delle chiamate, della posizione in tempo reale, delle fotografie, dei rumori ambientali. Ascolto costante, giorno e notte.

Possibili bersagli: tutti coloro che, in qualche modo, hanno avuto contatti con membri di Hamas. Il panettiere, il familiare, il conoscente, fino a chi si è trovato casualmente nello stesso luogo di uno di loro.

1 NAZA = 1 morto.
1000 NAZA = 1000 morti.
1 membro di Hamas per 100, 200, 300 NAZA.

NAZA è un pugno in faccia che toglie il respiro, attraverso le ombre e le finestre illuminate di Tel Aviv, attraverso i racconti di uomini che uccidono altri uomini e progettano di continuare a farlo.

Dove l’incontro si scioglie di fronte a un odio insormontabile e dove l’unico scopo reciproco è la morte, l’annientamento, la negazione dell’esistenza. In un mondo sempre troppo piccolo per vivere senza uccidere.

Morte come scopo, NAZA una conseguenza tollerabile.

Ma NAZA non appartiene solo a un territorio o a un popolo. È l’esasperazione di chi insegue un bisogno, un potere, una filosofia. A qualsiasi scopo, a qualsiasi prezzo, sacrificando qualsiasi vita.

Non siamo NAZA perché siamo lontani. Ma lo siamo in altre forme, magari meno deleterie, o solo momentaneamente meno evidenti.

Siamo tutti sacrificabili?

Una distesa di alibi traccia la strada della violenza, costantemente, in modo devastante.

Un Dio che nessuno ha mai visto, invocato in nome della giustizia e del diritto di uccidere, non basta più. Servono nuovi alibi, più moderni, terreni, accessibili a tutti, anche a quelli che di Dio non vogliono sentir parlare.

Milioni di coscienze inquiete cercano risposte che non avranno mai.

Allora serve qualcosa che le protegga dalla possibilità di essere risucchiate nel vortice. Serve distanza, meccanicità, inumanità. Qualcosa che lavi via il sangue.

Una versione moderna dell’unica pallottola letale nel plotone di esecuzione, dell’anonimato del premere il tasto invio senza sapere dove arriverà il missile che è stato lanciato, dell’essere soltanto il battito di quella farfalla che scatena una tempesta dall’altra parte del mondo.

Allora quei volti nascosti dall’ombra sui grattacieli di Tel Aviv, quelle voci alterate per non essere riconosciute e tutte quelle parole non raccontano solo di due popoli e due territori.

Mostrano quello di cui il genere umano è capace.

E mostrano quanto il piccolo mondo su cui viviamo sia l’unica cosa che ci accomuna; l’unica che non potrà mai essere cancellata.

NAZA, un pugno in faccia

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